Pippo Marani: sulle tracce del randagio

La sua vita assomiglia alla sua “creatura”, la Black Snake: un volo rocambolesco, istinto, adrenalina, odore di bosco, fango sotto le ruote, grinta e riflessi

Per chi scaracolla in bicicletta giù per colline e montagne è una leggenda vivente, un pioniere del gravity e del downhill. Ma quest’aura luminosa mal si adatta alla personalità avventurosa e scanzonata di Pippo Marani, aka “il randagio”. Inizia a pedalare a 9 anni, e continua ancora. A 13 anni gareggia su strada, a 18 esce letteralmente di carreggiata salendo sulle prime BMX, appena prima di scambiarle con una mountain bike. Fa in tempo a diventare campione europeo di gravity nel 1988, finché non sterza nuovamente, e finisce per aprire la via italiana al downhill.

È stato delegato tecnico Down Hill FCI dal 1998 al 2003 ed ha organizzato vari Campionati Italiani, Europei Master ed Elite, Word CUp e il primo giro d’Italia Down Hill. È l’anima di un movimento che nasce carico di spontaneità, passione, un pizzico di follia – anche di più – e possiede il talento di sapersi trovare proprio là dove accadono le cose. Come quando, nel 2006, è nel team che promuove l’Eroica, e partecipa alla prima edizione indossando i panni di un ciclista anni ’30. Ma da una ventina d’anni è soprattutto noto come Trail Builder, realizzatore di piste: ora è un mestiere realmente esistente ma, almeno qui da noi, l’ha inventato lui.

Come sei diventato un tracciatore di track?

Era il 1990, e in Italia cominciava a prendere piede una novità assoluta importata dagli Usa, il downhill. Ma era molto diverso da oggi: la prima sfida italiana si correva su un tracciato di 28 km, con una salita di 2-3 km. Ai miei occhi di velocista appariva totalmente senza senso. Così nel 1991 ho organizzato la prima gara su un mio tracciato, la Monte Cimone Dowwn Hill, una pista dura, tecnica, veloce come piace a me. Negli anni ho avuto il piacere di realizzare tante piste o comunque di dare i giusti consigli: penso a Sestola, Monte Amiata, Canazei, Abetone, Pian del Poggio. Ma soprattutto la Val di Sole: lì ho lasciato il cuore, ho lavorato per 20 anni in quel bosco, alla mia creatura, la Black Snake, la più amata e odiata. Mi hanno dato carta bianca, tanti erano contrari, ma io sono fatto così, ascolto tutti e poi faccio di testa mia, dritto per dritto.

pippo marani downhill

Quali sono i criteri che ti guidano nel realizzare una pista?

Con gli anni ho capito che tutto sommato l’occhio creativo ce l’ho. Oltre alla malizia del rider, che già pregusta e immagina il risultato. Quando entro in un bosco osservo la situazione, la conformazione del terreno, e da lì tiro una linea, la pulisco, le do una forma e una vita, una personalità. È qualcosa di istintivo. Bisogna tenere in considerazione molti fattori, i passaggi tecnici, le radici, le pietre. Mi piace che resti tutto molto naturale, senza passerelle, paraboliche e strutture artificiali. Deve emergere un track percorribile in qualsiasi occasione, anche sotto la pioggia. La regola che mi impongo è che tutti i rider, dal primo all’ultimo, devono poterlo completare dando il massimo. Perché come mi piace ripetere è il pilota, con il suo stile, che esalta la pista, non il contrario. Penso che un rider debba, anzi, desideri profondamente incartarsi nei salti, nelle pietre. Altrimenti cosa se ne fa di una bicicletta da 10mila euro? A mio modo di vedere un percorso troppo addomesticato è come una ruota da criceto, il divertimento è altrove. Al contrario, su un track naturale la pista cambia da giro a giro, reagisce e stupisce.

Come gestire gli aspetti legati alla sicurezza in uno sport tanto adrenalinico e veloce?

Al momento di realizzare la pista bisogna ragionare su ogni ipotesi: i rider la percorreranno in tutte le condizioni, fango, terra impregnata di pioggia e durissima, polvere. In Val di Sole la Black Snake era attrezzata con 120 materassi e una ventina di reti – ora il percorso è un po’ modificato. Le fettucce tese tengono lontano il pubblico. Poi ci sono le protezioni che si indossano: all’estero, in gara, sono solamente consigliate, mentre da noi sono obbligatorie per poter partecipare. Ho organizzato competizioni di ogni tipo, dalla Coppa del Mondo alla gara della parrocchia, ma l’attenzione che pongo alla sicurezza è sempre la stessa.

A proposito di sicurezza, ti hanno mai rubato una bicicletta?

No, finora no. Ma conosco moltissimi ciclisti e rider a cui è successo, questo è un vero problema, esploso soprattutto a partire dagli anni ’90.

Progetti per il futuro? Quali sono le prossime sfide di Pippo Marani?

Ne ho una proprio in cantiere, non mi piace stare fermo. Cerco di seguire l’evoluzione della tecnologia, rimanere aggiornato. E poi volevo restare in Val di Sole. Perciò eccomi alle prese con una nuova avventura. Disegnerò un track diverso da qualsiasi altro abbia mai fatto: si tratta della prima tappa italiana di Coppa del Mondo di e-bike, che si disputerà a Daolasa di Commezzadura in piena Uci World Cup, il 2 agosto. Una ventina di concorrenti che sgomitano su un percorso bello corto e teso, di pochi km, da ripetere 6 o 7 volte, per un’ora e venti circa. Una sola batteria a disposizione, per cui la gestione di questa risorsa entra nelle strategie di gara. Sono su di giri.

bicicletta downhill

Per finire, un tuo ricordo personale legato alla bicicletta?

Possiedo ancora una foto emblematica, che mostra la mia prima volta in bici, a 9 anni, nel 1969. Tra l’altro quest’anno ricorrono esattamente 50 anni da quella data. Ero a una festa paesana, c’era da fare una salita da Maranello a Sasso Marconi. Era l’anno dello sbarco sulla luna, e parallelamente del mio sbarco nello sport. È stato come entrare in un mondo nuovo. Un piccolo passo per il ciclismo, un grande passo per me!